Quindici.

Dalla crisi spirituale alla Riforma protestante.


67. La causa profonda della Riforma: la decadenza delle
istituzioni cristiane.

   Da: M. Bendiscioli, La riforma protestante, in Nuove questioni
di storia moderna, Marzorati, Milano, 1972

 Secondo lo storico italiano contemporaneo Mario Bendiscioli, le
cause di lungo periodo della Riforma protestante vanno ricercate
nella profonda crisi politica e religiosa, che fin dal secolo
quattrodicesimo scuoteva l'Europa. Mentre le istituzioni guida
dell'Europa cristiana, come papato ed impero, erano ormai in piena
decadenza, il fasto, la mondanit ed il fiscalismo, che
caratterizzavano l'intera gerarchia ecclesiastica, avevano spinto
molti credenti a ricercare i valori del Cristianesimo primitivo e
un rapporto pi diretto con le Sacre Scritture.


   Le cosiddette cause della Riforma - vale a dire i moventi ora
subconsci ora affermati degli individui e dei gruppi che
contestarono la legittimit dell'antica Chiesa, della sua
organizzazione, della sua dottrina, della sua prassi liturgica, e
vi contrapposero un'altra dottrina, un'altra organizzazione,
un'altra forma di culto come quelli veramente e genuinamente
cristiani - si ritrovano sostanzialmente nella complessa
situazione di crisi che s'era venuta maturando nelle istituzioni,
nelle idee, nel comportamento di individui e gruppi nei secoli
quattrodicesimo e quindicesimo e che si era venuta accentuando ne'
primi decenni del secolo sedicesimo.
   Ci che caratterizza questa situazione, specie tra il secolo
quindicesimo declinante e l'alba del secolo sedicesimo,  la
irrequietudine, l'insoddisfazione, il bisogno del nuovo,
l'insofferenza delle istituzioni ereditate, la propensione a
battere vie proprie, personali. Accentuatosi, se non proprio
iniziatosi, nell'ambito della cultura dell'Umanesimo, questo
fenomeno si  poco alla volta allargato alle altre classi, in alto
e in basso, ai principi ed ai legisti, come ai ceti artigiani e
alle masse pi umili dell'incipiente proletariato cittadino ed
alle masse rurali, favorito nella sua diffusione dalla maggior
facilit del viaggiare, dalla nuova arte della stampa, dal
moltiplicarsi dei predicatori itineranti, dai frequenti appelli
dei mistici ad una religiosit pi intima e personale.
   Il prestigio del Papato e dell'Impero, delle due istituzioni
cio che, nella concezione tradizionale, avrebbero dovuto
costituire l'ossatura politica e religiosa della societ, era
ormai decaduto: il primo perch, nella sua manifestazione pi
appariscente, si era ridotto ad un principato temporale nei fini e
nei mezzi; il secondo per la sua evidente impotenza di fronte alle
forze centrifughe e particolariste, per l'accentuarsi del
separatismo nazionalistico fino a dissolvere la coscienza unitaria
del corpus politico cristiano. Quindi gli argini giuridici e
morali eretti dalla tradizione attorno alla compagine sociale, per
impedire che le iniziative particolaristiche immanenti la
incrinassero e sfaldassero, apparivano logorati ed impotenti,
anche se materialmente esistevano e solo da pochi erano
riconosciuti in crisi.
   Ma anche le forze interne, spirituali, di resistenza si erano
infiacchite. Non esisteva pi una dottrina filosofica e teologica
comune, tale da assicurare nel campo intellettuale quell'unit che
l'organizzazione sociale non sapeva mantenere. Anzi, filosofia e
teologia erano divenute fonti di controversie ardenti che non di
rado si ripercotevano sulla stessa vita sociale, suscitandovi
partiti ed aderenze antagonistiche. Nella stessa cultura s'era
fatto sentire l'individualismo sotto forma di spirito critico
radicale che, nel suo fervore di affermazione, non si riconosceva
limiti e non avvertiva la portata socialmente eversiva di talune
sue posizioni ed affermazioni: in questo il nominalismo
occamistico [relativo a Guglielmo di Occam, filosofo e teologo
inglese del quattrodicesimo secolo] si era incontrato colla
critica filologica degli umanisti.
   Lo stesso valeva per la religione. Da moltissimi ne erano
seguite le pratiche pi per forza di tradizione che per
convinzione intima, ed inoltre perch erano ad essa legati da
molteplici fili d'ordine economico, sociale, sentimentale. Anzi,
in non pochi casi, essa appariva di gran lunga pi importante per
il suo aspetto economico-sociale, come fonte di redditi, come
sistema di benefici e cariche onorifiche, che per la sua intima
natura carismatica, quale elargitrice di grazia attraverso i
sacramenti. Ma se ci attraeva i calcolatori, i carnali come
avrebbero detto san Paolo e sant'Agostino, respingeva al contrario
gli spirituali, gli uomini dalla vita interiore che, coll'occhio
fisso all'anima della Chiesa, a Cristo in essa vivente, ne
trovavano l'aspetto esteriore troppo contrastante per riconoscere
nella chiesa empirica il volto divino dell'istituzione originaria
di Ges il Cristo. Donde il frequente distacco degli spirituali
dall'organizzazione chiesastica, una tendenziale svalutazione da
parte loro di quanto in essa era organizzativo, rituale e in
qualche maniera connesso col sistema beneficiario; donde il loro
progressivo ritirarsi su posizioni mistiche, in una religiosit
del tutto personale, indifferente, o quasi, a riti e cerimonie
chiesastiche. E tutto questo, in non pochi, era accompagnato da
una aperta polemica contro lo spirito utilitaristico penetrato in
tutte le attivit della Chiesa, e pi precisamente contro gli
istituti giuridici e le deduzioni teologiche canonistiche che li
giustificavano: e questa polemica di spirituali veniva accolta con
aperta soddisfazione in alto ed in basso e tratta subito a
conseguenze pratiche pur esse d'ordine utilitario, del tutto
estranee agli idealisti che l'avevano aperta. Il radicalismo, che
si spingeva talora fino ad affermazioni apertamente eretiche, come
nell'inglese Wycliffe o nel boemo Hus ovvero nel tedesco Giovanni
von Wesel [teologo predicatore tedesco, legato a Hus], magari
accompagnato dalla rivolta aperta, trova naturalmente in
quest'atmosfera occasione frequente di manifestarsi.
   Nell'istituzione ecclesiastica pertanto continuano il disordine
e la confusione arrecati dal rilassamento della disciplina e dal
disorientamento dottrinale che avevano accompagnato lo Scisma
d'Occidente. Il Concilio di Costanza (1414-1418) aveva ben fissato
le direttive per la restaurazione dell'antica disciplina e per la
eliminazione degli abusi. Ma le preoccupazioni del Papato per il
mantenimento della sua autorit contro le tendenze autonomistiche
dei vescovi e le dottrine conciliariste circa la superiorit del
concilio sul papa; quelle particolari della Curia, minacciata
nelle sue basi finanziarie dai propositi conciliari di demolire il
sistema fiscale creato durante il periodo avignonese e
sostanzialmente mantenuto nei concordati con le nazioni del secolo
quindicesimo; [...] tutto questo ed altro ancora aveva impedito
l'attuazione della riforma generale solennemente decisa a
Costanza. [...].
   A Roma nella sede del Papato, al posto della riforma in capite
richiesta anche in parecchie capitolazioni elettorali cardinalizie
del secolo quindicesimo, si ha il pieno dispiegamento del Papato
principesco. Il papa si considera sovrano di uno Stato ed agisce,
come tale, coi metodi politici non edificanti del tempo: alleanze,
intrighi, azioni militari, esaltazione economica e politica della
famiglia, nepotismo. I cardinali, a loro volta, si ritengono pi
principi di uno Stato e consiglieri di un sovrano che sacerdoti,
vescovi o abati investiti dell'amministrazione di un organismo
soprattutto spirituale; la loro stessa connessione col Papato 
debole perch assai spesso essi si sentono pi rappresentanti di
un principe secolare presso la Santa Sede che viceversa. Anche il
mecenatismo e l'umanesimo della Curia da Niccol quinto a Giulio
secondo a Leone decimo, pur inserendosi in un programma religioso
di esaltazione della Chiesa ne' suoi simboli e nelle sue
tradizioni storiche, per gli uomini di cui si serve (si pensi ad
un Lorenzo Valla), per i mezzi finanziari di cui si vale e la
maniera in cui li raccoglie, per la sproporzione tra le cure ad
esso consacrate e quelle riserbate ad altre ben pi gravi
necessit della Chiesa del tempo, appaiono qualcosa di mondano,
un'esaltazione del principe nella grandiosit delle sue opere, e
come tali sono sentite con scandalo da molte coscienze. Il fasto
dei cardinali e la loro avarizia nel raccattare rendite, si
ripercoteva negli ufficiali della Curia; questi elevavano ad
arbitrio le tasse, gi notevoli, di cancelleria per le provvisioni
di benefici e le innumerevoli dispense chieste da ogni parte della
Cristianit a mezzo di procuratori non meno avidi e disinvolti,
che affollavano le anticamere papali assieme ai postulanti di
benefici e sinecure [benefici senza l'impegno della cura d'anime]
di collazione [conferimento di ordini sacri e relativi compensi]
papale.
   Pure alla periferia, nell'amministrazione diocesana e nella
vita parrocchiale, si presentano colle eccezioni rilevate, fasto,
mondanit, avarizia, insensibilit dottrinale, tiepidezza
religiosa. Anche i vescovi che non sono principi temporali - e di
questi vescovi-principi ve n'erano molti in Germania, Polonia,
Ungheria, Boemia - vivono come se fossero tali, con una corte
fastosa: sono spesso cadetti di famiglie nobiliari che ubbidiscono
alla politica della propria famiglia ed in funzione di questa dan
la caccia a benefici, cercano di assicurarsi commende di abbazie
ed amministrazioni di vescovadi, senza preoccuparsi del
funzionamento dei conventi o delle diocesi di cui godono le
rendite, lasciandone l'amministrazione spirituale a vescovi
ausiliari provenienti in genere dagli ordini religiosi. [...] Tra
questi [i cadetti] i non residenti erano assai numerosi e il
compimento delle cerimonie di culto imposte dalle fondazioni era
lasciato a vicari rozzi e mal istruiti dotati di un assegno di
fame, che faceva loro cercare una integrazione nella elemosina
delle messe e nello sfruttamento della fede dei credenti nelle
reliquie ed immagini miracolose. [...] Di qui la svalutazione
della funzione ecclesiastica e della dignit del sacerdote nella
estimazione dei fedeli; la progressiva diffidenza a loro riguardo
in tutti i ceti, particolarmente in quello medio pi illuminato.
   Neppure il clero regolare era immune dai mali dell'epoca: la
ricchezza, la tiepidezza, la litigiosit, la penetrazione dello
spirito mondano dell'ambiente, talora una cultura umanistica non
sufficientemente coordinata e subordinata all'ascesi, avevano
intaccato i monasteri maschili e femminili. Si pu dire che tutti
gli ordini avevano a poco a poco introdotto mitigazioni nelle
severe regole primitive; mitigazioni che la pratica rilassata e le
interferenze di fuori portavano talvolta fino alla licenziosit.
Deplorazioni di superiori e atti pubblici del tempo denunciano con
molta frequenza la clausura trascurata, i frati girovaghi, lo
studio negletto, i sacramenti male amministrati, il culto divenuto
occasione di petulanti richieste di elemosina, l'assistenza ai
malati sfruttata come occasione per dare la caccia ai testamenti,
litigi senza fine tra regolari e secolari per la cura d'anime, per
messe e funerali.
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